giovedì 2 maggio 2013
La primavera è solo nel piatto...
21:10 | Pubblicato da
pane&marmellata
...infatti qui al Nord continua a piovere e sembra più autunno che primavera... Meno male però che l'orto della nonna, nonostante a causa del tempo sia ancora spoglio, almeno ha deciso di deliziarci con dei meravigliosi asparagi.... li ho usati, insieme a qualche pomodoro secco e a un po' di menta che cresce rigogliosa nel vaso sul balcone, per condire delle superbe linguine di farro...un piatto fresco,
gustoso, buonissimo!!!
Ingredienti:
- 180 g linguine di farro
- Uno spicchio d'aglio
- 60 g di pomodori semi secchi sott’olio
- Una dozzina di asparagi
- Menta q.b.
- Olio extravergine d’oliva q.b.
- Sale q. b.
In una padella rosolare l’aglio schiacciato e i pomodori secchi tritati grossolanamente in un filo
d’olio evo. Tagliare a tocchetti gli asparagi e farli rosolare in padella, lasciando da parte le punte che andranno aggiunte dopo. Far insaporire e aggiungere un mestolo d'acqua. Portare a cottura aggiungendo a metà cottura le punte. Intanto mettere a cuocere la pasta in acqua salata.
Quando la pasta sarà cotta, farla saltare
nella padella col condimento che avrete regolato di sale e a cui avrete aggiunto qualche foglia di menta.
Lo sapevate che l’asparago…
... o asparagio (dal greco
aspharagos, che è dal persiano asparag, ossia germoglio) può
designare sia l'intera pianta che i germogli della pianta
Asparagus officinalis? Fu coltivato e utilizzato nel Mediterraneo
dagli egizi
e in Asia Minore
già 2000 anni fa, così come in Spagna. Mentre i greci non sembra che coltivassero gli asparagi, i Romani
già dal 200 a.C.
avevano dei manuali in cui minuziosamente se ne esponeva la coltivazione.
L'asparago fu appunto citato da Teofrasto, Catone, Plinio e Apicio; in particolare questi ultimi due ne
descrissero accuratamente non solo il metodo di coltivazione,
ma anche quello di preparazione. Agli imperatori
romani gli asparagi piacevano così tanto, che, ad esempio, sembra
che abbiano fatto delle navi
apposite per andarli a raccogliere, navi che avevano come denominazione proprio
quella di asparago ("asparagus"). Dal XV secolo
è iniziata la coltivazione in Francia, per poi, nel XVI secolo
giungere all'apice della popolarità anche in Inghilterra;
solo successivamente fu introdotto in Nord America.
I nativi americani essiccavano gli asparagi per
successivi usi officinali. Édouard Manet
ha dedicato due quadri all'ortaggio: L'asperge (L'asparagio) e Une botte
d'asperges (Un mazzo d'asparagi). Nel libro "Gli asparagi
e l'immortalità dell'anima" lo scrittore Achille
Campanile disquisisce sulle possibili correlazioni tra gli asparagi
e l'immortalità dell'anima giungendo alla
conclusione che da qualunque parte si esamini la questione non c'è nulla di
comune fra gli asparagi e l'immortalità dell'anima.
fonte: Wikipedia
venerdì 19 aprile 2013
Soffici tortine zuccherate alla panna
17:59 | Pubblicato da
pane&marmellata
Per concludere in dolcezza la settimana vi lascio la
ricetta per fare delle soffici e zuccherose tortine al profumo di panna!!! Una sola parola..... strepitose!!!
Ingredienti:
- 250 g di farina
- 100 g di fecola
- 3 uova
- 180 g di zucchero
- 60 g di burro
- 200 ml di panna fresca
- Vaniglia
- Una bustina di lievito per dolci
- Granella di zucchero q.b.
Preriscaldare il forno a 180°. Mettere nel mixer tutti
gli ingredienti e frullare finchè il composto sarà omogeneo. Riempire per 2/3 dei pirottini disposti negli
stampini per muffin, disporre su ogni tortina un po' di granella di zucchero, infornare e far cuocere per circa 20-25 minuti. Fare la prova
con lo stuzzicadenti, se esce asciutto le tortine sono cotte.
Lo sapevate che la panna…
... o crema di
latte è la parte grassa del latte, ottenuta dal latte fresco per affioramento
spontaneo a riposo oppure, come si fa oggi per velocizzare ed ottimizzare il processo, per
centrifugazione? Centrifugando il latte fresco si separano le
molecole di grasso
dal resto ottenendo un prodotto contenente circa il 30% di grassi. Un secondo
metodo di preparazione, meno utilizzato, prevede la raccolta della componente
lipidica del latte vaccino dopo l'affioramento. La panna è la materia
prima per produrre il burro, si usa in cucina come ingrediente in molte ricette e in
pasticceria e si usa anche nella fabbricazione di formaggi molto grassi
come il camembert. Coagulando la panna con acido citrico
o acido acetico
alla temperatura di 75 °C si ottiene invece il mascarpone. E' anche ingrediente
fondamentale del cocktail "White Russian"
(assieme alla vodka e alla crema di caffè).
Esistono diversi tipi
di panna in commercio: la panna da caffetteria
(con almeno il 10% di grasso), la panna da cucina (ca. 20% di grasso), la panna da montare o da pasticceria (ca. 30%
di grasso), la panna doppia (minimo
48% di grasso) e la panna
spray.
Essendo un prodotto derivato dalla componente grassa del latte, è ricca di
colesterolo (140 mg). L'aspetto critico della panna è il suo possibile degrado
dovuto a cattiva conservazione. L'esposizione alla luce e al
calore può innescare processi chimici e l'attacco di batteri potenzialmente
presenti nell'ambiente in cui è prodotta o conservata (salmonella). I processi
di ossidazione a cui è soggetta la panna ne compromettono definitivamente il
sapore e l'azione dei germi provoca la formazione di acidi (butirrico e
caprinico) che ne alterano il gusto e il colore, rendendola disgustosa e
nociva.
fonte: il Web
venerdì 12 aprile 2013
Nei prati a caccia di pisacan!!!
10:16 | Pubblicato da
pane&marmellata
.: Child of nature - The Beatles :.
Una piacevole domenica a fare
qualche lavoretto in campagna sfruttando qualche sprazzo di sole che in questo periodo è molto raro e siamo tornati a casa con un sacchetto pieno di
foglie di tarassaco... quante volte da bambina ho
soffiato sulle soffici palle bianche del pisacan, come lo chiamiamo qui, affidando al vento qualche
desiderio.... poche volte invece ricordo di aver mangiato le sue foglie e mai ne ho assaggiato i fiori o le radici che si possono altresì consumare... a casa dei miei
solitamente si mangiano le foglie tenere in insalata, io quelle raccolte domenica le ho sbollentate e frullate per farne
una sorta di crema in cui far affondare del buon riso... un tocco di fresca piccantezza data dallo zenzero
e un po' di sapida croccantezza data dal gomasio e un altro ottimo piatto
in verde è pronto!
Ingredienti:
- 170 g di riso Vialone nano
- Uno spicchio d'aglio
- Mezza cipolla
- Foglie di tarassaco (io ne avevo una bella insalatiera piena)
- Un cucchiaino di zenzero tritato
- Gomasio q.b.
- Olio extravergine d'oliva q.b.
- Sale q.b.
Far rosolare l'aglio schiacciato e la cipolla tritata con un
filo d'olio evo. Aggiungere lo zenzero e, dopo qualche istante, anche il riso, farlo tostare e portare a cottura aggiungendo quando necessario dell'acqua calda. Intanto lavare con cura il tarassaco e sbolletarlo in una pentola con poca acqua. Frullarlo poi con il frullatore ad immersione e regolare di sale.
Una volta che il riso sarà quasi cotto
aggiungere la crema di tarassaco e terminare la cottura del riso. Completare ogni
piatto con una manciata di gomasio.
Lo sapevate che il tarassaco…
... è una pianta
erbacea perenne che cresce spontaneamente nelle zone di pianura fino ad
un'altitudine di 2000 m e si può trovare facilmente nei prati, negli incolti,
lungo i sentieri e ai bordi delle
strade? È comunemente conosciuto come dente di leone o soffione, e uno
dei nomi
comuni del tarassaco è anche piscialletto (nel nord Italia pisalét,
pisacà n o
pisaca' ) poiché ai bambini viene di solito raccontato che chi lo coglie
la
notte bagnerà il letto. Altri nomi tipici sono polenta
del diavolo, quest'ultimo proprio di alcune zone del bresciano. O
ancora, dente
di cane, stella gialla, capo di frate, girasole
dei prati, cicoria selvatica, cicoria burda, barba del Signore e
radicchiella. È una pianta di rilevante interesse in apicoltura,
poichè fornisce alle api sia polline sia nettare. Il termine tarassaco
deriva dal greco “tarasso” che significa “io guarisco”, ma c’è anche da tener
presente il termine arabo “tarakhchakon” che genericamente indicava la cicoria.
Tale interpretazione lo fa derivare, appunto, dalle parole arabe “tarak” che
significa “fare” e “sahha” che significa “urinare”, a sottolineare le proprietÃ
diuretiche di questa pianta. Alcuni studiosi fanno risalire l'origine della
parola tarassaco a due termini greci: "taraxis", che significa "squilibrio" e "akas",
che significa "rimedio". Dal punto di vista terapeutico la pianta è
nota fin dall’antichità : i vecchi empirici ne facevano largo uso rifacendosi a
tradizioni popolari molto antiche, che ne esaltavano le proprietà curative
nelle affezioni del fegato date le sue spiccate proprietà diuretiche e
depurative. In passato i contadini
usavano la radice del tarassaco, dopo averla torrefatta, come succedaneo del
caffé; le sue foglie vengono ancora oggi consumate in insalata. Nel Medioevo,
secondo la Teoria delle
Segnature, avendo il fiore giallo come la bile gialla, si iniziò ad
usare questa pianta come rimedio del fegato. E, come spesso accade, evidenze scientifiche hanno
confermato questa teoria. Nel 1546 il naturalista Bock attribuì al tarassaco un
potere diuretico, mentre un farmacista tedesco del XVI secolo attribuì alla
pianta virtù vulnerarie (cioè capaci di curare rapidamente le ferite). Il
tarassaco è utilizzato nella Medicina Tradizionale Cinese
come depurativo in grado di purificare il Calore, eliminare le tossine e
dissipare i noduli, con tropismo epatico e gastrico. Un detto francese
afferma che il tarassaco “purifica il filtro renale e asciuga la spugna epatica”. Il
tarassaco ha varie proprietà farmacologiche, grazie soprattutto alle
sostanze amare che caratterizzano il suo gusto. Grazie
alla presenza di taraxacina il tarassaco facilita e migliora la digestione
aumentando la secrezione delle ghiandole dell'apparato digerente e stimolando
la produzione di saliva e succhi gastrici e pancreatici. Esercita un effetto
protettivo sul fegato, stimola la produzione di bile e facilita lo svuotamento
della cistifellea. L'aumento della produzione di bile favorisce, a sua volta, i
movimenti intestinali. Tuttavia, l'inulina contenuta negli estratti di radice
ha effetti lassativi soltanto a dosi elevate; in quantità più moderate agisce,
invece, come probiotico, cioè contribuisce al benessere della flora batterica
positiva (Lactobacillus e Bifidus). I suoi flavonoidi agiscono a livello dei
reni, aumentando la produzione di urine e facilitando l'eliminazione di liquidi
in eccesso, tossine e sostanze di rifiuto. La radice
del tarassaco possiede proprietà depurative,
in quanto stimola la funzionalità biliare, epatica e renale, cioè attiva gli
organi emuntori (fegato reni pelle) adibiti alla trasformazione delle tossine e l’eliminazione delle scorie (zuccheri, trigliceridi, colesterolo e acidi urici). Gli effetti diuretici e l'abbondanza
di potassio possono contribuire a regolare la pressione arteriosa e la quantitÃ
di fluidi corporei. La medicina popolare consiglia il tarassaco come diuretico,
per depurare il fegato, contro i reumatismi, la gotta e la formazione dei
calcoli alla cistifellea. Oggi si sa che è utile in casi di problemi digestivi
e di insufficienza epatica e biliare, disturbi del funzionamento della cistifellea,
epatite e cirrosi. Possiede anche
proprietà antinfiammatorie e purificanti. Recente è la scoperta che il tarassaco è in
grado di influire, non su calcoli biliari già esistenti, ma bensì sulla
predisposizione che l'organismo ha alla formazione di calcoli.
fonte: il Web
domenica 31 marzo 2013
Un piatto tutto verde!
10:58 | Pubblicato da
pane&marmellata
La mia nuova passione è la catalogna... non credo di averla mai assaggiata in passato... ma, da quando ho scoperto il suo gusto amarognolo, la adoro!! in tutti i modi... ci ho anche fatto la pasta e l'ho trovata strepitosa..... perfetta abbinata ai pistacchi per un primo piatto tutto verde!!!!! E con questa ricetta auguro a tutti una felice Pasqua!!!!
Nuvole alla crema di
catalogna e pistacchi
Ingredienti:
- 170 g di nuvole
- Uno spicchio d'aglio
- Mezzo cespo di catalogna
- Un rametto di rosmarino
- 2 cucchiai di pistacchi tostati (più qualcuno da usare tritato come completamento del piatto)
- 2 cucchiai d'olio extravergine d'oliva
- Sale q.b.
Far rosolare l'aglio schiacciato e il rosmarino con un filo d'olio evo. Intanto lavare con cura la catalogna e metterla nella padella con gli aromi e farla cuocere per 10-15
minuti circa aggiungendo un paio di mestoli d'acqua. Far cuocere la pasta in abbondante acqua salata. Quando la catalogna sarà pronta frullarla con il frullatore ad immersione aggiungendo un paio di cucchiai d'olio e un paio di cucchiai di pistacchi e regolare di sale. Se il condimento dovesse risultare troppo denso aggiungere anche qualche cucchiaio di acqua di cottura della pasta. Una volta che la pasta sarà cotta farla saltare qualche istante nella padella con il condimento. Completare ogni piatto con qualche pistacchio tritato.
Lo sapevate che la catalogna…
.... è una varietà di cicoria italiana dal caratteristico sapore amarognolo, di cui si mangiano le foglie? Viene chiamata anche
"cicoria asparago" per la sua forma eretta.
Ha foglie verde scuro, frastagliate, di forma allungata e coste bianche. Ci sono comunque
almeno due tipi: uno più alto ed eretto, che, essendo più amaro, si presta
meglio alla cottura; l'altro, più basso, a costa larga, i cui germogli si
nascondono all'interno del cespo, sono buonissimi da mangiare crudi (spesso con
aggiunta di aglio e acciughe sotto sale) e sono noti come puntarelle,
piatto tipico della cucina romana e diffusi anche nella cucina
campana.
La catalogna era nota
fin dall’antichità per le sue proprietà fitoterapiche. Già Galeno la
indicava come dotata di proprietà medicamentose. Grazie al suo sapore amaro
stimola le secrezioni digestive ed ha proprietà lassative e diuretiche, depurative
e disintossicanti. Ha poche calorie, è ricca
di sali minerali come potassio, fosforo e calcio e di vitamina A e vitamina C. Inoltre, ha azione vasodilatatrice e stimolante della circolazione. La regione Lazio ha riconosciuto la
tipicità di questo ortaggio inserendolo nell'elenco dei prodotti agroalimentari
tradizionali italiani col nome cicoria di catalogna frastagliata di Gaeta (puntarelle)
corrispondente alla varietà che viene consumata cruda. La regione Veneto ha
riconosciuto la Cicoria catalogna di Chioggia che invece viene generalmente
consumata dopo essere stata lessata, servita su piatti asciutti e con aggiunta
di tabasco in polvere.
fonte: il Web
sabato 23 marzo 2013
Crostata vegan buonissima
11:46 | Pubblicato da
pane&marmellata
.: This is what you are - Mario Biondi:.
Una crostata da gustare senza troppi sensi di colpa, ma, nel contempo, buonissima!!!!
Ingredienti:
- 300 g di farina
- 150 g di fecola di patate
- 150 g di zucchero di canna
- 120 g di acqua
- 135 g di olio d’oliva dal sapore delicato
- Un cucchiaino di cremor tartaro o lievito per dolci
- Scorza grattugiata di un limone/arancia
- Vaniglia
- Un vasetto di confettura a piacere (io frutti di bosco)
Sbattere l'olio con lo zucchero, la scorza grattugiata e la
vaniglia. Aggiungere la farina e
la fecola setacciate col lievito, il sale e a poco a poco l’acqua e impastare fino ad ottenere un composto omoegeneo.
Preriscaldare il forno a 180°. Stendere l'impasto nello stampo (tenendone un
po' da parte per la griglia), coprire con la confettura e creare delle strisce
(che io ho arrotolato su se stesse) con l’impasto avanzato con cui ricoprire la base. Cuocere per 40-45 minuti
circa nel ripiano più basso del forno.
Lo sapevate che la fecola di patate…
...è una farina ricavata con l'essiccamento e la
successiva macinazione della patata? Composta essenzialmente dall'amido delle
stesse, si presenta alla vista come una polvere di colore bianco. Essendo
totalmente inodore e particolarmente leggera è usata come addensante per creme
e nella pasticceria in generale. Trova applicazione nella preparazione ad
esempio di torte e altri dolci da forno che contribuisce a rendere soffici. La
fecola di patate è stata anche utilizzata in una delle prime tecniche di
fotografia a colori, l'autocromia, brevettata dai fratelli Lumiere, più noti
per essere stati gli inventori della cinematografia piuttosto che per
quest'altra loro invenzione in campo fotografico. Eppure, l'autocromia,
brevettata nel 1903 e commercializzata nel 1907, è stata
la principale tecnica di fotografia a colori fino all'avvento negli anni trenta
delle pellicole a colori sottrattive. Inoltre, se mescolata all'acqua, dÃ
origine ad un fluido non newtoniano, che aumenta notevolmente la propria
viscosità se sottoposto a una forza sufficiente, comportandosi in maniera
simile a un solido. È sufficiente provare: in un bicchiere, mettere 34 %
di acqua e 66 % di fecola di patate, mescolare bene. Provare a immergere
un dito lentamente, poi dando un colpo forte: è impossibile muovere o immergere
il dito. L’industria la utilizza per produrre glucosio, alcol ed esplosivi.
fonte: Wikipedia
domenica 17 marzo 2013
Poco tempo per fare gli gnocchi???
22:50 | Pubblicato da
pane&marmellata
Continua la serie delle ricette di gnocchi velocissimi da fare in alternativa ai classici gnocchi di patate.... Dopo questi, questi e questi, oggi vi propongo degli gnocchi fatti con la semola che restano belli morbidi come piace a me e la cui preparazione richiede meno del tempo necessario al condimento per cuocere.... Li ho conditi con un sugo semplice ma profumatissimo a base di pomodoro, capperi, olive e origano, i tipici sapori del Mediterraneo... Non c'è niente da fare, il sugo che preferisco per gli gnocchi è proprio quello con il pomodoro... se avete poco tempo e un'incredibile voglia di gnocchi, questa è la ricetta che fa per voi!!!!!
Ingredienti per le chicche:
- 150 g di semola
- 390 g di acqua
- Un pizzico di sale
- 400 g di passata di pomodoro
- Uno spicchio d’aglio
- Un cucchiaino di capperi sminuzzati
- 1-2 cucchiai di olive nere spezzettate
- Un cucchiaino di origano
- Una manciata di Pecorino grattugiato
- Olio evo q.b.
- Sale q.b.
Far rosolare l’aglio
schiacciato, i capperi tritati e le olive in una padella con un filo d’olio evo. Aggiungere
poi anche la passata e portare a cottura. A fine cottura aggiungere
l'origano e regolare di sale. Intanto far scaldare l’acqua, aggiungere poi il sale e la semola a
pioggia mescolando continuamente e far cuocere per 10 minuti. Infarinare il piano di lavoro, formare dei
filoncini di 1 cm circa di spessore e tagliarli a tocchetti. Farne delle palline passandoli tra i palmi delle mani. Far cuocere gli gnocchi in acqua
salata e scolarli con una schiumarola non appena vengono a galla. Far
saltare
gli gnocchi nella padella con il condimento. Impiattare e completare con
il
Pecorino grattugiato.
Lo sapevate che il cappero…
... è un piccolo arbusto tipico della flora
mediterranea (famoso quello di Pantelleria) e originario dell'Asia minore e della Grecia? Cresce spontaneamente in terreni calcarei,
scoscesi ed asciutti.
Della pianta si consumano i boccioli, detti capperi, e, più raramente,
i frutti. La raccolta dei boccioli si effettua tra
la fine di maggio ed i primi di settembre, periodo in cui il cappero
inizia la fioritura; i boccioli devono essere raccolti il prima possibile, non
appena germogliano. Utilizzati in gastronomia
da millenni, si raccolgono ancora chiusi e si conservano in macerazione sotto
sale o sotto aceto. Il frutto, detto cucuncio, cocuncio o capperone, invece, è composto da una bacca che
internamente ha molti semi neri e ha sapore
simile ma più delicato del cappero. Si
trova in commercio sotto sale, sott'olio o sotto aceto e viene usato
tradizionalmente nella cucina eoliana per condire piatti di pesce. Gli
eoliani usano anche dissalare i cucunci o i capperi e consumarli al pari di una
qualsiasi verdura, di solito in insalata. In ambito culinario
vengono utilizzate anche le giovani foglie come insalata, previa cottura per
pochi minuti in acqua bollente. I capperi contengono
più quercetina
in rapporto al peso che ogni altra pianta. In
erboristeria
è utilizzata la corteccia della radice. I capperi hanno proprietà diuretiche,
antispasmodiche, aperitive, toniche e protettrici dei vasi sanguigni. Un infuso preparato con radici di cappero e germogli giovani era utilizzato in
medicina popolare per alleviare i reumatismi.
Recentemente si è appurata, per gli estratti secchi da frutto di Capparis (specie
se associati a Olea europea, Glycyrrhiza glabra e Ribes nigrum) un'attivitÃ
antiossidante cutanea, antiflogistica ed antistamino-simile, valida nelle
dermatopatie allergiche. Fin
dall'antichità , infine, al cappero vengono attribuite proprietà afrodisiache.
fonte: il Web
venerdì 8 marzo 2013
Passione Fiocchi d'Avena
17:51 | Pubblicato da
pane&marmellata
.: Quello che le donne non dicono - Fiorella Mannoia:.
Questi sono stati i primi biscotti con i fiocchi d'avena che ho fatto... In realtà , dovevo fare la frolla solo per fare questa crostata ma ho pensato di prepararne un po' di più per fare anche dei semplici biscotti a cui aggiungere per prova un po' di fiocchi d'avena che avevo comprato da poco... da allora ho usato l'avena altre volte e in ogni ricetta mi è sempre piaciuta... ad esempio altri biscotti favolosi sono stati questi.... una delizia... come quelli di oggi del resto... poi l'avena fa così bene e quindi un motivo in più per prepararli!!!
E, visto che oggi è l'8 marzo, dedico a tutte noi questa poesia di una grandissima donna....
Dedicato alle donne
Tieni sempre presente che la pelle fa le rughe,
i capelli diventano bianchi,
i giorni si trasformano in anni.Però ciò che è importante non cambia;
la tua forza e la tua convinzione non hanno età .
Il tuo spirito e` la colla di qualsiasi tela di ragno.Dietro ogni linea di arrivo c'è una linea di partenza.
Dietro ogni successo c`e` un`altra delusione.Fino a quando sei viva, sentiti viva.
Se ti manca cio` che facevi, torna a farlo.
Non vivere di foto ingiallite...
insisti anche se tutti si aspettano che abbandoni.Non lasciare che si arruginisca il ferro che c'è in te.
Fai in modo che invece che compassione, ti portino rispetto.Quando a causa degli anni
non potrai correre, cammina veloce.
Quando non potrai camminare veloce, cammina.
Quando non potrai camminare, usa il bastone.
Però non trattenerti mai!Madre Teresa di Calcutta
Biscotti ai fiocchi d'avena al profumo d'arancia
Ingredienti:
- 185 g di farina di mais fioretto
- 90 g di fecola di patate
- 35 g di farina di riso
- 150 g di burro
- 125 g di zucchero a velo
- 1 uovo
- 1 pizzico di sale
- Vaniglia
- Scorza di un’arancia grattugiata
- 50 g di fiocchi d’avena
Preparare
la frolla mettendo le farine setacciate a fontana. Aggiungere il burro
freddo di frigorifero tagliato a pezzetti e sfregarlo con le dita insieme
alla farina. Non appena si sarà ottenuto uno sfarinato, fare una fontana,
mettere al centro lo zucchero, l’uovo, un pizzico di sale, la vaniglia e la
scorza grattugiata. Con una forchetta sbattere questi ingredienti finché
saranno ben amalgamati e unire a poco a poco la farina intorno facendola
assorbire alle uova. Aggiungere anche i fiocchi d’avena, continuare a impastare
e, quando si sarà ottenuto un composto omoegeneo, formare una palla, avvolgerla
nella pellicola e farla riposare in frigo per almeno una mezz’oretta.
Preriscaldare il forno a 180°. Stendere l'impasto dello spessore di 4-5 mm circa, formare i biscotti, disporli su una teglia e cuocerli per 15 minuti circa.
Lo sapevate che l'avena…
...,
in quanto tollera molto bene le temperature basse, è un cereale molto coltivato
nei paesi del nord Europa come Germania e Russia? In Italia viene utilizzato
prevalentemente per il foraggio dei cavalli e molto poco per l'alimentazione
umana.
Fin
dai tempi più remoti erano note le proprietà benefiche dell'avena per la pelle; infatti, mentre da un lato ha una notevole azione detergente,
dall'altro l'avena è caratterizzata da una notevole delicatezza e rispetta
quindi le funzioni epidermiche principali senza avere quegli effetti
indesiderati che molti detergenti hanno. Per
questi motivi gli estratti di avena vengono utilizzati per la preparazione di
creme ed oli per la cura della pelle, in particolar modo come emolliente per
pelli particolarmente secche o irritate.
Sempre
grazie alla sua delicatezza, l'avena viene anche impiegata per la preparazione
di creme emollienti per bambini. Con tre cucchiai di farina di avena impastati con un
paio di cucchiai di aceto di sidro si può ottenere un composto da applicare sul
viso al fine di ottenere una maschera emolliente per il viso. Si lascia seccare
e si risciacqua.
Invece, con
la crusca e la paglia si possono fare infusi con proprietà sedative sul sistema
nervoso; i decotti invece avranno un effetto diuretico ed antinfiammatorio.
fonte: il Web
sabato 2 marzo 2013
Mozzarella... che ci faccio???
01:20 | Pubblicato da
pane&marmellata
Non sono una grande fan della mozzarella (a meno che non si parli di una vera mozzarella, come quella meraviglia mangiata due anni fa in Campania), e soprattutto non la amo particolarmente in questa stagione... E così la compro quasi solo per mettere sulla pizza o se viene voglia al mio fidanzato (cosa che oltretutto non capita così spesso)... la scorsa settimana ne avevo due in frigo in scadenza e zero voglia di mangiarle così e allora perchè non metterla nella lasagna alla crema di zucca che stavo pensando di fare??! in realtà non amo la mozzarella neanche nella lasagna, soprattutto se c'è il ragù, trovo che la renda più massiccia, corposa, insomma, non mi piace... ma in questa ricetta ho pensato che proprio male non ci sarebbe stata, la sua consistenza avrebbe spezzato un po' l'effetto cremoso della zucca... e il gusto dei due ingredienti poteva sposarsi più che bene.... e poi in qualche modo dovevo pur usarla.... così l’ho impiegata proprio per intervallare
gli strati di questa lasagna e, per evitare l’effetto compatto ed elastico tipico dei pezzi di mozzarella,
l’ho sminuzzata piccola e devo dire che il risultato non è stato per niente
male….
Ingredienti:
- 150-160 g di lasagne all’uovo
- 400 g di zucca
- 200 g di mozzarella
- 2-3 chiodi di garofano
- Qualche foglia di alloro
- Un rametto di rosmarino
- Mezza cipolla
- Sale q.b.
- Parmigiano grattugiato q.b.
- Olio evo q.b.
In una pentola lessare la zucca con la cipolla e gli
aromi. Salare e, quando la zucca sarà cotta, togliere gli aromi e frullare col
frullatore ad immersione. Sbollentare le lasagne in acqua bollente con un filo
d’olio. Disporre uno strato di sfoglia all’uovo in una
pirofila leggermente unta, ricoprire con un po’ di crema di zucca, poi con la mozzarella
tagliata a pezzetti piccoli e poi con un po’ di Parmigiano. Continuare fino ad
esaurimento degli ingredienti. Porre in forno caldo a 180° per un 35 minuti circa.
Lo sapevate che la mozzarella…
... è un formaggio
fresco
a pasta filata originario dell'Italia meridionale e di alcune zone dell'Italia
centrale, prodotto con latte di bufala
o di mucca? Il termine
mozzarella deriva da 'mozzare', in riferimento al taglio manuale eseguito con indice e pollice a
partire dalla pasta filata ancora calda, allo scopo di creare le forma del
formaggio stesso.
Le origini della mozzarella si perdono nel tempo e gli autori non sono
d'accordo sull'epoca in cui fu inventato questo latticino; ciò che è certo,
comunque, è il fatto che esso ha una storia secolare e che, a causa della
necessità di consumarla freschissima, la mozzarella, fino all'avvento delle
ferrovie, veniva prodotta in piccole quantità ed era consumata esclusivamente
nei pressi dei luoghi di produzione. Secondo alcuni il consumo della mozzarella
risale al tempo della colonizzazione greca e all'introduzione del bufalo negli
allevamenti delle colonie greche italiane. Secondo questi autori, i Greci, giÃ
in epoca classica (IV e V secolo a.C.) usavano la mozzarella per rifocillarsi
durante le rappresentazioni teatrali. Altri
storici fanno risalire la nascita della mozzarella al VI secolo d.C.
attribuendola ai Longobardi.
Le prime testimonianze storiche scritte riguardanti la produzione di mozzarella
si hanno infatti in un documento longobardo, anche se più tardo, dell'XI
secolo, che attesta che la principessa Aloara distribuiva una mozza (antico nome della mozzarella) ai monaci
di un'abbazia situata alle porte di Aversa. Alcuni
sostengono che la mozzarella sia stata inventata invece dai Normanni intorno
all'XI secolo nella città di Aversa. Nel
XII secolo altre fonti ci dicono che i monaci di un'abbazia che sorge nei
pressi di Capua
distribuivano una mozza in occasione
dell'annuale pellegrinaggio. Nel
XV secolo nelle Marche l'uso della mozza è molto comune, come si apprende da un
documento del 1496 che la cita tra gli alimenti normalmente presenti sulle
tavole dei nobili. Un
importante documento scritto del 1570 testimonia l'uso della
mozzarella anche nella mensa del papa: un cuoco della corte, Bartolomeo Scappi,
la cita (per la prima volta con il termine ancor oggi usato) nell'elenco dei
formaggi comunemente serviti. Una più ampia
diffusione in Italia si ha a partire dal XVIII secolo. Presso la reggia di
Carditello nasce una struttura per l'allevamento delle bufale e la lavorazione
del latte. Iniziano pian piano a diffondersi le 'bufalare': edifici in muratura a pianta
circolare, dotate di un camino centrale, dove veniva lavorato il latte di
questi animali per ottenere vari formaggi. Le mozzarelle,
facilmente e rapidamente deperibili, venivano avvolte da fogli di giunco o
mortella e inserite in anfore. A partire dall'unitÃ
d'Italia si allestisce ad Aversa un mercato all'ingrosso di mozzarelle ed altri
formaggi, chiamato la Taverna. Anche il latte
vaccino viene sempre più impiegato per questo formaggio. Da quel momento la fama della mozzarella diventa nazionale e conquista presto
anche i mercati esteri.
sabato 23 febbraio 2013
Finti bastoncini su crema di fagioli speziata
12:24 | Pubblicato da
pane&marmellata
.: Dr. Jekyll Mr. Hyde - Simona Molinari feat. Peter Cincotti:.
Oggi un piatto che ci ha proprio entusiasmato... L'ho preparato per provare a fare in modo diverso la polenta bianca che, da quando l'ha asssaggiata l'anno scorso a Jesolo come accompagnamento di un superbo fritto di mare, il mio fidanzato adora letteralmente... la polenta, che io faccio con un trucchetto che permette di evitare di mescolare in continuazione, qui ha un sentore lievemente affumicato e si trasforma in bastoncini che ingannano la vista facendoci immaginare del morbido pesce al di sotto della panatura.... una crema profumata, aromatica e speziata che accompagna divinamente questi finti bastoncini....uno dei migliori piatti che abbia mai fatto!!!
Finti bastoncini su
crema di fagioli speziata
Ingredienti per i bastoncini:
- 100 g di farina di mais bianco
- 550 g di acqua
- Un cucchiaino di sale affumicato
- Un cucchiaino di olio evo
- Pangrattato q.b.
Ingredienti per la crema:
- 110 g di fagioli borlotti secchi
- Mezzo cucchiaino di paprika
- Mezzo cucchiaino di zenzero in polvere
- Un cucchiaino di curcuma
- 4 chiodi di garofano
- 4 bacche di ginepro
- Qualche foglia di alloro
- Un rametto di rosmarino
- Uno spicchio d’aglio
- Sale q.b.
La sera precedente mettere a bagno i fagioli in acqua fredda.
Il
giorno dopo lessarli in abbondante acqua con l'aglio, gli aromi e le spezie. Intanto prepare la polenta mettendo a bollire in una pentola l'acqua, il sale e l'olio. Una volta a bollore aggiungere la farina di polenta bianca a pioggia mescolando energicamente con la frusta. Abbassare il fuoco, coprire con un panno inumidito e sopra mettere il coperchio. Lasciar cuocere per circa 45 minuti. Versare la polenta in una pirofila avente larghezza pari alla lunghezza dei classici bastoncini di pesce e non molto grande in modo da creare uno spesso strato. Far raffreddare bene. Una volta che la polenta si sarà raffreddata e solidifcata, capovolgerla in un piatto e tagliare dei bastoncini, passarli nel pangrattato, disporli in una pirofila e poi spruzzare con olio evo. Mettere in forno caldo a 190° per una decina di minuti o finchè saranno dorati. Intanto passare con il passaverdure i fagioli per ottenere una crema non molto densa (se così non fosse aggiungere ancora un po' di brodo). Disporre nei piatti la crema e mettervi sopra i bastoncini.
Lo sapevate che i chiodi di garofano...
... sono i boccioli essiccati ancora chiusi
della “Eugenia caryophyllata”, albero originario delle Molucche (Indonesia)? I fiori, raccolti ancora in boccio, essiccati
assumono una colorazione rosso bruna, diventando simili a
chiodi. Le loro proprietà terapeutiche erano note
fin dall'antichità : in numerosi testi di medicina cinese venivano
prescritti per curare dolori articolari, piedi freddi, intossicazioni, mal di
pancia, capogiri e mal di denti. Diffusissimi in tutto l'Oriente, erano usati come ingrediente dei
profumi e principio medicamentoso già nella Cina di 2200 anni fa.
Il Meyers, antico segretario
della legazione britannica a Pechino, potè constatare come essi fossero giÃ
citati da diversi scrittori cinesi, alcuni secoli prima di Cristo. Lo stesso
studioso riferì che gli ufficiali della corte masticassero alcuni chiodi
di garofano prima di presentarsi al sovrano per rendere gradevole il loro alito. Sembra che furono gli Arabi nel IV sec. ad introdurre questa spezia in
Occidente, esaltandone il valore e la provenienza mitologica. È del VI sec. la
prima testimonianza archeologica, rinvenuta in Alsazia, in una tomba
contenete una piccola scatola d’oro che racchiudeva due chiodi di garofano. Il
mito di questa pianta crebbe con il tempo e nel Medioevo una manciata di
chiodi valeva mezzo bue o un montone. Anche Dante ne
testimonia la preziosità nel canto XXIX dell’Inferno, condannando il
comportamento scialacquatore di un ricco senese del Duecento: “… e Niccolò che la costuma ricca del garofano prima discoperse nell’orto dove tal seme s’appicca; e tra ‘ne la brigata in che disperse…”. I versi si riferiscono ad un gruppo di dodici ricchi senesi, tra i
quali Niccolò, che, saputo essere prossima la fine del mondo, decisero di godersi
la vita spendendo il molto denaro posseduto. Secondo l’interpretazione del Landino, commentatore quattrocentesco, Niccolò fece addirittura arrostire la carne non su legno ma su brace di chiodi
di garofano per mandare in fumo una cifre astronomica. La Scuola Medica Salernitana
li valutava una vera e propria panacea, efficace per combattere la fatica
mentale o la perdita di memoria. Si credeva addirittura che le arance nelle
quali fossero stati conficcati dei chiodi di garofano proteggessero dalla
peste, e per questo motivo a Napoli si preparavano pastiglie con questa spezia. Fu nel Cinquecento che questa spezia divenne
sicuramente uno dei prodotti più ricercati e cari, e i medici consigliavano di
metterla in infusione nel latte perché avrebbe “mirabilmente aumentato le forze
di Venere”. I chiodi erano considerati afrodisiaci così potenti che il
loro uso era proibito agli appartenenti agli ordini monastici.
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